7 Marzo

EPICAMENTE ELVIS: LA REALIZZAZIONE DI UN SOGNO

Elvis Friends

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“EPiCAMENTE ELVIS: LA REALIZZAZIONE DI UN SOGNO” di Marco Lofino

Scrivere due righe su EPiC: Elvis Presley in Concert è molto più difficile di quello che potessi immaginare. Sono alla vigilia della quarta visualizzazione e ancora non credo di aver assorbito appieno tutta la magnificenza di questa opera.

Chi vi scrive, combattuto fra debordante entusiasmo di spirito e l’altrettanto doveroso controllo razionale, non può nascondere la propria emozione nel recensire questo docufilm, con tutta probabilità il migliore mai uscito sulla vita di Elvis dal 1981, anno in cui venne pubblicato “This Is Elvis”.

Già dopo la prima volta si resta totalmente catturati dal lavoro del regista che è riuscito a mostrare Elvis mescolandone in maniera impeccabile l’aspetto artistico con quello umano.

Aver recuperato quell’intervista in cui Elvis narra di sè in prima persona (1972) alternandola alle immagini di prove, momenti informali e concerti è un lavoro di raffinata arte cinematografica valorizzando alla massima potenza Elvis stesso.

Ciò che personalmente non avevo molto apprezzato in “Elvis” (il Biopic del 2022) qui invece mi ha lasciato senza parole: il montaggio preciso, oculato, talvolta schizofrenico come tipica caratteristica di Baz Luhrmann ma che in questo caso ha reso Elvis ancor più vivo e dirompente nelle sue entrate in scena, nelle sue risate con gli amici, nei momenti in cui l’inarrestabile affluente umano del Mississippi (Elvis) deborda di passione e bravura, un autentico fiume in piena come nel fantastico ed irripetibile montaggio di varie scene in Polk Salad Annie, dalle prove e da tre differenti spettacoli a Las Vegas dell’agosto del 1970.

Questi montaggi fanno la differenza e sono la caratteristica precipua del film. Si resta senza parole in “A Big Hunk Of Love”, sempre dirompente partendo dalle prove del marzo 1972 fino alla fusione visiva delle due versioni di Greensboro e Hampton Roads dell’aprile dello stesso anno (ufficialmente inedite, 14 e 9 aprile per gli amanti delle date) in un turbine di emozioni che sembra non passare mai, come in Burning Love, medesimo riuscito procedimento con l’inserimento in essa di alcune immagini inedite di entrate ed uscite dal palco, probabilmente parte del tesoretto inestimabile recuperato e ridigitalizzato dalle famose bobine recuperate in una miniera di sale ad Hutchinson, in Kansas.

Il film ha un breve inizio biografico, forse necessario, forse no, con il rimpianto (mai superato da Elvis) di non essere riuscito ad essere l’attore che avrebbe voluto perdendo tempo in film tutti molto simili, ma quasi immediatamente si entra in “medias res” con le prove del luglio 1970 mentre Elvis parla di tante cose, del suo gruppo, di come ama il suo lavoro, stare sul palco, la scelta delle canzoni…

C’è talmente tanta carne al fuoco che perdonatemi se mi lascerò sfuggire qualche dettaglio importante, perchè qui anche i dettagli sono di primaria importanza, parte integrante di un tutto

In EPiC tutto è epico, di nome e di fatto.

“Happy Day”, seppur riarrangiata, è una gemma (ricordiamo che è una prova ) talmente meravigliosa alla vista con una qualità video sbalorditiva da restare senza parole.

La meticolosità di Elvis nel provare con la stessa intensità come se avesse davanti il pubblico abbraccia la sua fragilità nel raccontare le sue paure, tipo quella del pubblico quando racconta di come Joe Esposito gli insegnò a visualizzarlo davanti al palco all’alzarsi delle luci. Ribadisco, niente di più onesto e cosi meravigliosamente umano.

La grandezza di Elvis viene esaltata alla millesima potenza andando a braccetto con l’autenticità del suo racconto in prima persona.

Le interviste, alcune già note (vedi Houston 1970 e la conferenza pre Madison Square Garden 1972) , sono un corollario di supporto alla sua voce narrante che esprime fedelmente il suo essere cosi meravigliosamente umano, specie quando afferma di sentirsi solo e che avrebbe voluto avere una sua famiglia (per ben due volte).

Cucire insieme due periodi comunque diversi della carriera di Elvis (ci sono due anni di differenza ma molte cose erano già cambiate nella sua vita e a livello artistico) non deve essere stato facile, come la scelta delle performances da mostrare.

La qualità delle immagini è stupefacente. Sembra di avere Elvis a un metro che ti racconta la sua vita di quel momento, catapultandoti sul palco dell’ International Hotel a Las Vegas nel 1970 e poi in tour due anni dopo facendoti vivere tutto quello che racconta.

L’audio, soprattutto se visualizzato in IMAX, è un motore “at full blast” come avrebbe detto anche lui, ti trascina in un vortice emozionale che crea dipendenza tanto che chi vi scrive, se potesse, andrebbe pure in questo momento a rivederselo.

Al netto della curiosità morbosa di ciascuno di noi su cosa effettivamente abbia fra le mani Luhrmann di tutte le 59 ore di filmati recuperati, credo che abbia svolto un lavoro di montaggio, selezione e rispetto umano ed artistico per Elvis assolutamente straordinario ed incontestabile.

Qualcuno ha affermato che ci sono pochi inediti. Non è esattamente cosi. Dipende che cosa si possa intendere per “pochi”. Tutto è soggettivo e relativo.

Gli inediti ci sono, chi conosce meglio Elvis li nota subito e attenzione…

Non tutti videro “The Lost Performances” del 1992. Non tutti hanno mai visto i video bootleg con le immagini del TTWII e di On Tour spesso in qualità sgranata, copiati e ricopiati piu volte da chissà quali fonti, talvolta con quell’odioso timer contasecondi e minuti in primo piano che appariva nelle immagini dell’On Tour.

Strabiliante vedere Elvis che prima di cantare “Love Me” (altro mirabile montaggio di Luhrmann con la versione degli anni cinquanta, per poi passare a quella inedita ufficialmente di Hampton Roads mettendoci pure una parte di Las Vegas 1970, il tutto in maniera perfetta senza infastidire gli esigentissimi puristi presleiani come chi vi scrive) si sdraia a Richmond, scherzando sul fatto che temesse potesse piovergli una cosa strana appesa in alto, diventando una frittata e promettendo che si sarebbe alzato in un minuto.

Uno showman nato. Cogliere quel momento di comicità scenica cosi divertente altro colpo di genio del regista.

Le prove di “Yesterday”, di “Something” con Elvis visualizzato praticamente ad un metro dai nostri volti varrebbero da sole il prezzo del biglietto, per non parlare di “Runaway” che poi (cosi come Yesterday) non venne però poi utilizzata nei concerti.

Abbiamo inediti di qualità. Le versioni di “Never Been To Spain” e “ Bridge Over Troubled Water” da Hampton Roads sono un gioiello assoluto che per anni abbiamo aspettato, dato che in Elvis On Tour si vedono le versioni di altri due show, San Antonio e Greensboro.

Malgrado i brani non siano presenti nella loro interezza, ciò che si vede e si sente ti assorbe e ti cattura in una dimensione non descrivibile a parole.

Pensate alla difficoltà che avranno avuto i due registi di Elvis On Tour (Robert Abel, Pierre Adidge) a selezionare le immagini a suo tempo dovendone scartare altre. Faccio rimando al finale di Bridge Over Troubled Water che riesce ad essere persino più “epico” di quello di Greensboro, di alcuni giorni dopo, quello per intenderci che abbiamo visto piu volte in “Elvis On Tour”.

In EPiC si piange e si ride in un’alternanza continua di emozioni.

Per non parlare di Can’t Help Falling In Love dall’opening night del 10 agosto 1970.

Anche negli inediti abbiamo tutto. Passione, bravura infinita, e tanta, tantissima umanità.

Quando Elvis scherza con il suo entourage in un momento di relax (totalmente inedito, alla faccia di chi dice che non c’è nulla di nuovo) dopo aver parlato della qualità del suono dello showroom, chiamando Charlie Hodge a guardare in camera e Charlie stesso che si esibisce in un divertentissimo siparietto che fa sorridere Elvis e tutti quanti.

Allo stesso modo scherzare nelle prove del marzo del 1972 con Bill Blaize degli Stamps, nella sua impareggiabile maniacalità professional su come poter sfumare “Burning Love” sul palco alla fine del brano.

Come in un essere umano qualsiasi si passa dalla gioia alla tristezza in un lampo, quel flash marchio di fabbrica della sua immagine iconografica (TCB), allorquando canta il Gospel nelle prove del marzo 1972 e racconta di quanto sia difficile addormentarsi dopo uno show, di come per lui fosse necessario salire nella sua suite a cantare e suonare il gospel per rilassarsi e per almeno quattro cinque ore.

Poi ad un certo punto canta appoggiando la mano sulla spalla di J.D Sumner (si sente la sua voce in alcuni momenti, e fa venire i brividi, capisco perchè Elvis lo adorasse ) e parte con “Nearer My God To Thee” in un canto talmente doloroso e mistico da farti raggiungere Dio con l’orecchio unendo cuore ed anima, riuscendo ad emozionare chi scrive persino piu della maestosa versione di “How Great Thou Art” dal concerto di Hampton Roads.

Il suo raccontarsi in prima persona è umano e meravigliosamente onesto in tutta la durata del film. Al di là del sentimento che ognuno di noi vive per lui, si percepisce la sua sincerità, anche quando con un pizzico di sottile ironia in macchina con Joe Esposito e gli altri ricorda che il colonnello non si scordava mai di nulla, date, incontri, spettacoli.

Quando scendono dalla macchina si vedono momenti mai visti, in pieno pomeriggio, mi pare a Jacksonville prima di esibirsi per lo show pomeridiano. per non parlare della forte stretta di mano a Greensboro ad un fan supersorridente, all’autografo strappato a Richmond (Burning love suit, quello rosso per intendersi). Immagini mai viste che emozionano chi come me ha sempre sofferto la sproporzionata disparità fra materiale audio e video legata ad Elvis. Tantissimi audio, tantissimi dischi, tantissimi live e pochissimi video.

Baz Luhrmann nel 2026 ha invertito questo trend. E anche per questo gli si deve essere grati, perdonandogli qualche eccesso nella rivisitazione della colonna sonora (“Always On My Mind” poteva rimanere come era) ma al tempo stesso comprendendo la sua missione, un arrangiamento piu incalzante per trascinarti in questo racconto mescolato al frenetico susseguirsi delle immagini.

Personalmente ho apprezzato molto “Fly Away” e “Wearin That Night Life” come intermezzi necessari quasi a invertire solo momentaneamente la rotta.

Come non citare il momento in cui accoglie nel backstage la piccola Denise Sanchez, una bambina sua appassionata gravemente malata di cancro. Accadde ad Alberquerque, ed è una scena di una tenerezza infinita che finalmente vediamo in qualità video perfetta. L’umanità di Elvis, spesso dimenticata soprattutto in questo paese , l’Italia, che non lo conosce e lo maltratta da sempre (dato di fatto incontestabile), emerge in tutto il suo infinito valore unendosi alla sua grandezza artistica.

EPiC è Blade Runner applicato ad Elvis Presley. E’ fantascienza presleiana allo stato puro.

Chi vi scrive non avrebbe mai immaginato di vedere tutto questo nella sua vita, perlomeno non ci sperava più.

EPiC è un’opera, concedetemelo, orgasmica per ogni appassionato di Elvis che si definisca tale. Le sensazioni sono le medesime e la voglia di rivivere un’emozione cosi totalizzante genera assuefazione in chi lo vive.

In EPiC i dettagli sono parte integrante del tutto. I dettagli fanno la differenza. Li notate in alcuni sguardi di Elvis che spiegano tutto. Quel sorrisetto compiaciuto all’inizio di “Never Been To Spain”, lo stesso con cui ride guardando la sua band a Greensboro dopo aver spiegato che “Burning Love” era un pezzo nuovo e non lo avevano mai provato, scusandosi col pubblico ( ricordo sempre che parliamo del piu grande di tutti che si scusa col pubblico, con quello che vediamo oggi, ditemi voi se questa non è fantascienza).

Talvolta emerge un po’ di tristezza nello sguardo di quell’intervista poi scartata che è lo scheletro del discorso narrativo. Ma è questione di un attimo, Elvis stesso sapeva che non c’era il tempo per questo e il suo show doveva comunque andare avanti, da quei sei minuti di vortice adrenalinico di Suspicious Minds, già visti in passato ma mai in questa qualità cristallina, fino all’epica chiusura di “Can’t Help Falling In Love” con immagini inedite dall’opening show del 10 agosto 1970, fino a che la porta dell’ascensore si chiude, con quel suo sguardo cosi dolce e stanco al tempo stesso, come a voler dire “ormai sono qui, e da qui so che non potrò mai più uscire”.

Permettetemi due note personali. La prima è lo scatolone dei desideri che con ardore, come tutti voi, vorremmo aprire per il dopo “EPiC”, ovvero quello degli inediti su cui il regista ha lavorato per due anni unendo ai video, purtroppo perlopiù muti, gli audio dei soundboard e delle registrazioni ufficiali sincronizzandoli alla perfezione.

A mio modesto parere Luhrmann ci ha fatto vedere cosa bolle in pentola. E’ da capire se e come questo pentolone di tesori verrà acceso e cucinato. Come da lui dichiarato, c’è tantissimo materiale dallo show di Hampton Roads (lo show completo, dichiarazione sua), e sicuramente tanto da Greensboro 1972 e dalle prove. Sicuramente tanto altro materiale dal periodo TWII. E come si è notato, pochissimo da Richmond (ma di qualità e da San Antonio) in quanto pare che quei due show siano andati perduti perchè nelle mani di un privato che non vuole privarsene.

Ultima considerazione, sempre del tutto persone. Ho visto e letto alcune recensioni entusiastiche di giornalisti, critici musicali italiani e via discorrendo, esaltando la parte artistica ed umana di Elvis.

Finalmente se ne sono accorti e alla buon ora !(anche perchè affermare il contrario in EPiC vorrebbe dire negare l’evidenza). Noi sappiamo da sempre chi era Elvis, in Italia, in particolare la critica musicale spesso preconcetta e schierata, non lo sapeva o forse faceva finta di non saperlo. Ma passiamo oltre. Non c’è tempo per le polemiche. C’è tempo solo per rivedere EPiC e stasera, mentre ora concludo questo mio lungo (scusatemi) scritto, lo farò ancora una volta.

Grazie ELVIS, e grazie Baz Luhrmann, per averci fatto epicamente sognare ancora una volta.